sabato 28 febbraio 2015

VITA da FARAONE






 Il Faraone era un Sovrano diverso da tutti gli altri e diversa era anche la sua vita.
 A differenza delle altre civiltà dell'età del bronzo le quali si svilupparono in una serie di città-stato rivali tra loro, l'Egitto manifestò subito una tendenza verso una unità nazionale personificata nella figura del suo Dio-Re al cui modello umano finirono per uniformarsi, gradatamente, tutte le altre Divinità.
La figura del Dio-Re, concreta e tangibile, riusciva a soddisfare le esigenze di un popolo che possedeva di Dio un'immagine reale. L'intero Paese prendeva parte alla "creazione" de suo Re-Dio fin dalla sua Incoronazione, una Cerimonia a cui partecipavano tutti gli Dei ed in cui egli riceveva le varie Corone: la Corona Rossa del Basso Egitto, la Corona Bianca dell'Alto Egitto, ma anche il Casco Blu da combattimento o la Corona Atef, ecc... tutte oggetto di culto.

La concezione di Sovrano quale Dio-Incarnato faceva di lui la personificazione della Ma'at, vocabolo che tradotto vuol dire "Rettitudine" "Giustizia" "Verità", cosicché, con la sua Incarnazione, il Sovrano diventava il garante della Giustizia e dell'Ordine Precostituito delle cose. Con lui si apriva una nuova era.
Ad ogni cambiamento di Re, l'intero universo veniva ricreato secondo lo schema originario: la Ma'at, infatti, poggiava sulla tradizione degli eventi avvenuti in passato ed ai quali, nelle sue azioni, il Re doveva uniformarsi. La Regalità, infatti, era immortale e non riferita alla persona fisica, bensì al concetto che rappresentava.
Il Faraone che appariva per la prima volta al suo popolo era paragonato al Sole, ma ciò che si celebrava attraverso la Cerimonia di Incoronazione non era la persona, non era l'uomo, ma l'istituzione e il principio che incarnava e cioé la Regalità-Divina.
Al suo cospetto, così come al cospetto di ogni altra Divinità, ci si presentava con le dovute precauzioni perché l'influenza e l'influsso che emanavano dalla sua persona erano quelle di un Dio, capaci di folgorare e incenerire.
Per questo il Faraone era diverso da ogni altro Sovrano; egli non poteva comportarsi secondo la propria volontà, ma doveva render conto al suo popolo ed agli Dei di cui era l' Incarnazione ed all'universo di cui era il garante.
La regolamentazione delle sue attività e della sua condotta erano assai rigide e come disse Diodoro: "... egli aveva un tempo fissato non solo per quando doveva tenere udienze. rendere giustizia, ma anche per quando doveva passeggiare, fare il bagno o dormire con la consorte. In una parola, per ogni attività." Ogni suo atto, pubblico o privato, era determinato da Leggi prescritte e non da volontà propria. A servirlo, inoltre, non erano servi o schiavi comuni, ma personale giovane e qualificato appartenente alle più nobili famiglie.
La vita di un Faraone, pertanto, non era semplice e non sempre piacevole, come per certi sovrani di altre epoche o Paesi, ma piuttosto gravosa e pesante. Cominciava fin dal mattino un complicato rituale che andava dal risveglio alla cura della persona e alla scelta dell'abbigliamento: dalla parrucca ai sandali.
Uno dei titoli più ambiti era quello di "Portatore dei Sandali del Re".
Gli impegni quotidiani erano molteplici: doveva concedere udienze, praticare il culto, esercitare la giustizia... il sacro e il quotidiano, dunque, erano legati indissolubilmente nella sua persona di Uomo-Dio.

VITA da FARAONE






 Il Faraone era un Sovrano diverso da tutti gli altri e diversa era anche la sua vita.
 A differenza delle altre civiltà dell'età del bronzo le quali si svilupparono in una serie di città-stato rivali tra loro, l'Egitto manifestò subito una tendenza verso una unità nazionale personificata nella figura del suo Dio-Re al cui modello umano finirono per uniformarsi, gradatamente, tutte le altre Divinità.
La figura del Dio-Re, concreta e tangibile, riusciva a soddisfare le esigenze di un popolo che possedeva di Dio un'immagine reale. L'intero Paese prendeva parte alla "creazione" de suo Re-Dio fin dalla sua Incoronazione, una Cerimonia a cui partecipavano tutti gli Dei ed in cui egli riceveva le varie Corone: la Corona Rossa del Basso Egitto, la Corona Bianca dell'Alto Egitto, ma anche il Casco Blu da combattimento o la Corona Atef, ecc... tutte oggetto di culto.

La concezione di Sovrano quale Dio-Incarnato faceva di lui la personificazione della Ma'at, vocabolo che tradotto vuol dire "Rettitudine" "Giustizia" "Verità", cosicché, con la sua Incarnazione, il Sovrano diventava il garante della Giustizia e dell'Ordine Precostituito delle cose. Con lui si apriva una nuova era.
Ad ogni cambiamento di Re, l'intero universo veniva ricreato secondo lo schema originario: la Ma'at, infatti, poggiava sulla tradizione degli eventi avvenuti in passato ed ai quali, nelle sue azioni, il Re doveva uniformarsi. La Regalità, infatti, era immortale e non riferita alla persona fisica, bensì al concetto che rappresentava.
Il Faraone che appariva per la prima volta al suo popolo era paragonato al Sole, ma ciò che si celebrava attraverso la Cerimonia di Incoronazione non era la persona, non era l'uomo, ma l'istituzione e il principio che incarnava e cioé la Regalità-Divina.
Al suo cospetto, così come al cospetto di ogni altra Divinità, ci si presentava con le dovute precauzioni perché l'influenza e l'influsso che emanavano dalla sua persona erano quelle di un Dio, capaci di folgorare e incenerire.
Per questo il Faraone era diverso da ogni altro Sovrano; egli non poteva comportarsi secondo la propria volontà, ma doveva render conto al suo popolo ed agli Dei di cui era l' Incarnazione ed all'universo di cui era il garante.
La regolamentazione delle sue attività e della sua condotta erano assai rigide e come disse Diodoro: "... egli aveva un tempo fissato non solo per quando doveva tenere udienze. rendere giustizia, ma anche per quando doveva passeggiare, fare il bagno o dormire con la consorte. In una parola, per ogni attività." Ogni suo atto, pubblico o privato, era determinato da Leggi prescritte e non da volontà propria. A servirlo, inoltre, non erano servi o schiavi comuni, ma personale giovane e qualificato appartenente alle più nobili famiglie.
La vita di un Faraone, pertanto, non era semplice e non sempre piacevole, come per certi sovrani di altre epoche o Paesi, ma piuttosto gravosa e pesante. Cominciava fin dal mattino un complicato rituale che andava dal risveglio alla cura della persona e alla scelta dell'abbigliamento: dalla parrucca ai sandali.
Uno dei titoli più ambiti era quello di "Portatore dei Sandali del Re".
Gli impegni quotidiani erano molteplici: doveva concedere udienze, praticare il culto, esercitare la giustizia... il sacro e il quotidiano, dunque, erano legati indissolubilmente nella sua persona di Uomo-Dio.

IL GUARDIANO




CAPITOLO    III  -  Il Guardiano 




 L’alba trovò Isabella immersa nel leggero dormiveglia che segue una notte insonne. La luce del mattino, entrando dalla fessura della porta accostata, investì la sua figura rannicchiata nel letto ed ancora un po’ infreddolita: nel deserto si avvicendano due mondi,  quello assolato del giorno e l’altro gelido della notte.
Isabella aprì gli occhi; stele e papiri dipinti davano vita e storia alle pareti e al soffitto della camera-sepolcro che divideva col fratello, una tendina ammorbidiva le linee della finestrella.
Ritta ai piedi del letto, investita dallo stesso fascio di luce, Isabella vide una figura, una  straordinaria, stupefacente figura: quella del Guardiano della tomba della principessa Nefer.
La ragazza balzò a sedere, mentre il sangue retrocedeva lentamente sul bel volto stupefatto per far posto ad un profondo pallore; le arterie pulsavano velocemente e i muscoli erano rigidi come legno.
“Sto… sto ancora sognando…” balbettò.
“Nefer, piccola Signora del cielo… - una voce straordinariamente dolce parve accarezzarla, ma lontana, cavernosa, gutturale, nonostante che alcune consonanti fossero accompagnate da un sibilo acuto – Osor è qui!”
La  creatura fece un passo avanti; Isabella la fissava inquieta e irrigidita dalla sorpresa,
“Chi… chi sei?” domandò, ma neppure il suono della propria voce riuscì a  stemperare minimamente il terrore prodotto da quell’inquietante presenza.
“Sono Osor il Guardiano, mia dolce Signora. - rispose quello – Sono giunto al tuo richiamo, per liberare il tuo cammino dalle insidie…”
La figura possente, i muscoli guizzanti sotto la pelle bruna, le spalle atletiche sotto lo shebiu, il collare di cuoio colorato, i fianchi coperti da un corto gonnellino erano il trionfo dell’enigma e del mistero.
Isabella lo fissava muta e affascinata, ma anche spaventata.
I capelli erano ricci ed un po’ arruffati e gli sporgevano da sotto la fascia di cuoio legata intorno alla fronte… No! Quello non era affatto una statua… o quello che era parso nella tomba la sera precedente … Ed era ben vivo.

“Osor ti seguirà fedele come l’ombra. – riudì la sua voce. Era antica, ma calda e profonda, accompagnata da uno sguardo dolce e mansueto – Osor libererà il tuo cammino da ogni insidia. Così è, da quando il Messaggero è venuto a porsi davanti a te, dolce Signora.”
“Non è possibile! Sto sognando...” continuava a ripetere la ragazza,  poi, di colpo, sembrò afferrare la situazione, per quanto fantastica e paradossale apparisse: quella che le stava davanti era una persona o qualcosa di simile. Ed era ben viva. Non era una statua…. Ma no! Non era possibile. Stava sognando. Quello era un sogno e presto si sarebbe svegliata e la visione sarebbe svanita come la nebbia di primo mattino… Ma che diamine! Come aveva potuto credere… ah.ah.ah… come aveva potuto credere… anche per un solo istante… come aveva potuto credere ad una cosa tanto assurda… Una statua che si anima… ah.ah.ah…
“Lo spavento, ieri sera… Lo spavento ha procurato alla mia povera mente questo strano scherzo… Le parole di Alì… la maledizione dei faraoni… ah.ah.ah… – continuò sottovoce il suo pensiero. L’eco della sua stessa voce era quasi irriconoscibile alle orecchie, ma riuscì a tranquillizzarla – Non mi faccio prendere la mano dalla fantasia, io… La statua che prende vita, Ah.ah.ah! Che sciocchezza!… Accidenti!.... Ma perché continuo a sognare?… Perché non mi sveglio?… Un momento… se metto i piedi a terra, …forse…  il pavimento freddo mi sveglierà e questo qui se ne andrà. Ecco… adesso mi alzo…”
Mise i piedi fuori del letto.
Era certa che il contatto con il pavimento freddo terroso della cripta l’avrebbe svegliata e avrebbe fatto svanire quella presenza. In piedi.  Fece un passo in avanti, poi  un secondo, un terzo e un altro ancora.

Quello era sempre lì. Sempre sorridente. Il suo sguardo era sempre dolce e mansueto. Da vitello da latte, si sorprese a pensare con un ironico sorriso. Mosse ancora un passo: quello era sempre lì, ad un passo da lei, bello di una bellezza selvaggia.
Sollevò una mano, timidamente la tese in avanti per toccargli un braccio.
Era forte, potente, vibrante… vivo!
Isabella deglutì a fatica e ritirò immediatamente la mano; il respiro divenne veloce e così il battito del cuore.  Ebbe una vertigine e il terreno le mancò sotto i piedi e lui allungò un braccio verso di lei
La sorresse. L’accolse fra le braccia… Il contatto con la pelle di lui… calda e viva…
“Santo Cielo! – seguì un attimo di confuso e sbalordito silenzio, poi  - Ma… ma chi sei?... Che cosa sei?”
“Sono Osor, mia Signora. Sono la tua ombra e ti libererò…”
“… il cammino dalle insidie. Ho capito! – lo interruppe la ragazza sciogliendosi dall’abbraccio – Per la miseria! E’ proprio vero! Non sto sognando. Come è possibile?... Eppure sta accadendo. Sei qui. Davanti a me… E adesso che cosa devo fare? Bisogna che ne parli a qualcuno… Ma che posso dire? Penseranno che sia diventata pazza e… nella migliore delle ipotesi, penseranno ad uno scherzo. Che pasticcio!... Alì! Devo parlare con Alì.”
Passi in avvicinamento.

Isabella fece cenno alla creatura di nascondersi dietro una tenda; l’altro ubbidì immediatamente. Docile.
(continua)

brano tratto dal libro  "OSORKON - Il Guardiano della Soglia"

IL GUARDIANO




CAPITOLO    III  -  Il Guardiano 




 L’alba trovò Isabella immersa nel leggero dormiveglia che segue una notte insonne. La luce del mattino, entrando dalla fessura della porta accostata, investì la sua figura rannicchiata nel letto ed ancora un po’ infreddolita: nel deserto si avvicendano due mondi,  quello assolato del giorno e l’altro gelido della notte.
Isabella aprì gli occhi; stele e papiri dipinti davano vita e storia alle pareti e al soffitto della camera-sepolcro che divideva col fratello, una tendina ammorbidiva le linee della finestrella.
Ritta ai piedi del letto, investita dallo stesso fascio di luce, Isabella vide una figura, una  straordinaria, stupefacente figura: quella del Guardiano della tomba della principessa Nefer.
La ragazza balzò a sedere, mentre il sangue retrocedeva lentamente sul bel volto stupefatto per far posto ad un profondo pallore; le arterie pulsavano velocemente e i muscoli erano rigidi come legno.
“Sto… sto ancora sognando…” balbettò.
“Nefer, piccola Signora del cielo… - una voce straordinariamente dolce parve accarezzarla, ma lontana, cavernosa, gutturale, nonostante che alcune consonanti fossero accompagnate da un sibilo acuto – Osor è qui!”
La  creatura fece un passo avanti; Isabella la fissava inquieta e irrigidita dalla sorpresa,
“Chi… chi sei?” domandò, ma neppure il suono della propria voce riuscì a  stemperare minimamente il terrore prodotto da quell’inquietante presenza.
“Sono Osor il Guardiano, mia dolce Signora. - rispose quello – Sono giunto al tuo richiamo, per liberare il tuo cammino dalle insidie…”
La figura possente, i muscoli guizzanti sotto la pelle bruna, le spalle atletiche sotto lo shebiu, il collare di cuoio colorato, i fianchi coperti da un corto gonnellino erano il trionfo dell’enigma e del mistero.
Isabella lo fissava muta e affascinata, ma anche spaventata.
I capelli erano ricci ed un po’ arruffati e gli sporgevano da sotto la fascia di cuoio legata intorno alla fronte… No! Quello non era affatto una statua… o quello che era parso nella tomba la sera precedente … Ed era ben vivo.

“Osor ti seguirà fedele come l’ombra. – riudì la sua voce. Era antica, ma calda e profonda, accompagnata da uno sguardo dolce e mansueto – Osor libererà il tuo cammino da ogni insidia. Così è, da quando il Messaggero è venuto a porsi davanti a te, dolce Signora.”
“Non è possibile! Sto sognando...” continuava a ripetere la ragazza,  poi, di colpo, sembrò afferrare la situazione, per quanto fantastica e paradossale apparisse: quella che le stava davanti era una persona o qualcosa di simile. Ed era ben viva. Non era una statua…. Ma no! Non era possibile. Stava sognando. Quello era un sogno e presto si sarebbe svegliata e la visione sarebbe svanita come la nebbia di primo mattino… Ma che diamine! Come aveva potuto credere… ah.ah.ah… come aveva potuto credere… anche per un solo istante… come aveva potuto credere ad una cosa tanto assurda… Una statua che si anima… ah.ah.ah…
“Lo spavento, ieri sera… Lo spavento ha procurato alla mia povera mente questo strano scherzo… Le parole di Alì… la maledizione dei faraoni… ah.ah.ah… – continuò sottovoce il suo pensiero. L’eco della sua stessa voce era quasi irriconoscibile alle orecchie, ma riuscì a tranquillizzarla – Non mi faccio prendere la mano dalla fantasia, io… La statua che prende vita, Ah.ah.ah! Che sciocchezza!… Accidenti!.... Ma perché continuo a sognare?… Perché non mi sveglio?… Un momento… se metto i piedi a terra, …forse…  il pavimento freddo mi sveglierà e questo qui se ne andrà. Ecco… adesso mi alzo…”
Mise i piedi fuori del letto.
Era certa che il contatto con il pavimento freddo terroso della cripta l’avrebbe svegliata e avrebbe fatto svanire quella presenza. In piedi.  Fece un passo in avanti, poi  un secondo, un terzo e un altro ancora.

Quello era sempre lì. Sempre sorridente. Il suo sguardo era sempre dolce e mansueto. Da vitello da latte, si sorprese a pensare con un ironico sorriso. Mosse ancora un passo: quello era sempre lì, ad un passo da lei, bello di una bellezza selvaggia.
Sollevò una mano, timidamente la tese in avanti per toccargli un braccio.
Era forte, potente, vibrante… vivo!
Isabella deglutì a fatica e ritirò immediatamente la mano; il respiro divenne veloce e così il battito del cuore.  Ebbe una vertigine e il terreno le mancò sotto i piedi e lui allungò un braccio verso di lei
La sorresse. L’accolse fra le braccia… Il contatto con la pelle di lui… calda e viva…
“Santo Cielo! – seguì un attimo di confuso e sbalordito silenzio, poi  - Ma… ma chi sei?... Che cosa sei?”
“Sono Osor, mia Signora. Sono la tua ombra e ti libererò…”
“… il cammino dalle insidie. Ho capito! – lo interruppe la ragazza sciogliendosi dall’abbraccio – Per la miseria! E’ proprio vero! Non sto sognando. Come è possibile?... Eppure sta accadendo. Sei qui. Davanti a me… E adesso che cosa devo fare? Bisogna che ne parli a qualcuno… Ma che posso dire? Penseranno che sia diventata pazza e… nella migliore delle ipotesi, penseranno ad uno scherzo. Che pasticcio!... Alì! Devo parlare con Alì.”
Passi in avvicinamento.

Isabella fece cenno alla creatura di nascondersi dietro una tenda; l’altro ubbidì immediatamente. Docile.
(continua)

brano tratto dal libro  "OSORKON - Il Guardiano della Soglia"

OSORKON - Il Guardiano della Soglia - PROLOGO





Nel pomeriggio che andava infocando, la lunga processione raggiunse la Valle del Silenzio, ad occidente del Nilo. Qui, nella Set Nefure, la Sededella Bellezza, che i posteri chiameranno Valle delleRegine, la principessa Nefer, ultimogenita del Faraone, veniva consegnata all’Immortalità.

L’Immortalità!
Nessun popolo, forse, al pari di quello dell’Antico Egitto fu ossessionato dal concetto di Immortalità. Per l’Immortalità eresse statue e templi colossali, per l’Immortalità costruì inquietanti complessi funerari e per l’Immortalità impresse nella pietra enigmi insoluti come la Sfinge e le Piramidi.
Grande era il cordoglio che accompagnava la principessa di Tebe nel suo viaggio verso l’ultima dimora, nell’assolata e pietrosa distesa ad occidente del fiume; le lacrime erano sincere, la cenere sul capo era fresca e le sponde del Nilo erano un unico lamento.
      “Il corpo alla Terra, il Luminoso al Cielo. 
       Vai verso le Signore della Terra Grande  
       Esse ti daranno il benvenuto…”   salmodiava il Sem, sacerdote funerario esorcista, riconoscibile per la pelle di leopardo poggiata sulle spalle.
Alle spalle dell’uomo degli Dei, il Faraone, come un qualunque padre mortale affranto dal dolore, seguiva il feretro; Anubi ululava lontano e la sua eco andava a spezzarsi contro il lamento delle prefiche.

Il carro funebre, che due pariglie di buoi aggiogati trascinavano sulla sabbia, avanzava lento, preceduto e seguito da sacerdoti che spargevano di latte la via e bruciavano incenso; la brezza del deserto ne trasportava lontano l’acre odore e il sole dava lucentezza alla sabbia rovente.
Il corteo si fermò, raggiunto il cuore di quell’assolato anfiteatro roccioso ed un gruppo di operai cominciò a scaricare i numerosi oggetti componenti il ricco corredo funerario della principessa. Li lasciarono sull’imbocco del sepolcro; due soltanto di loro avevano il compito e il privilegio di collocarli all’interno della tomba.
Quando ogni cosa ebbe il posto assegnato, il sarcofago fu fatto scivolare nel cuore della cripta sopra un piano inclinato sui radini. Qui, dove precedentemente era sceso assieme ad altri tre sacerdoti, il Sem dette inizio ai magici riti necessari a risvegliare il Ka, lo spirito della principessa andato in letargo al momento del trapasso e che nella tomba avrebbe continuato la sua esistenza.  
          “Destati dal sonno e la Morte  
            colpisca chiunque ti disturberà…”
La voce del Sem, grave e carica di una forza e di una vitalità arcane, faceva fremere l’aria torrida e soffocante della cripta e le dita toccavano agili e veloci la bocca e gli occhi della statua che raffigurava la principessa, per consentirle di nutrirsi, guardare e gioire nella nuova ed eterna dimora.  Dopo le legò al collo i magici amuleti: il Pilastro di Osiride, il Nodo di Hathor e l’Occhio di Ra, affinché la proteggessero e tenessero lontano dal suo Kale entità maligne.

Il Kao Doppio, destinato a vivere in perpetuo nella tomba, una delle sette Entità che componevano la creatura umana, era in grado, attraverso le He-kau, formule magiche, di identificarsi e riconoscersi nel defunto che occupava la tomba o, più precisamente, nel corpo fisico trasformato in mummia o, ancora, nella statua che lo rappresentava.
La statua della principessa Nefer, in legno d’ebano della Nubia, sembrava cosa viva. Il velluto delle guance, lo splendore delle labbra, la seta delle ciglia: gli scultori avevano fatto opera eccellente. 





Era il ritratto gentile e delicato di una ragazza che aveva lasciato da poco l’adolescenza. Minuziosa nei particolari, come l’acconciatura o il movimento del capo portato in avanti, ma senza perdere di vista la funzionalità. Quella statua non era solo l’immagine, ma l’essenza stessa della principessa e ancora qualcosa di più: era la persona stessa.
La sua funzione era importantissima: era il supporto fisico di una esistenza intermedia tra spirito e  corpo, capace di trattenere il defunto sul piano terrestre e di impedirgli il riassorbimento da parte del Cosmo.

Ma c’erano altre statue, piccole e non, in legno o pietra: le ushbtiu, chiamate a svolgere i lavori nell’Aldilà.  Anche queste, il Sem animò con frasi e gesti di magia, ma fu davanti al ritratto statuario di un giovane che il sacerdote esorcista si soffermò molto più a lungo.
           “Sei tu, Osor, che respingi con la lancia
             i profanatori di questa dimora
            Tu proteggi il sepolcro di Nefer…”
declamò, agitando l’urre-ka, il magico strumento capace di infondere vitalità alla materia inerte.

Era il ritratto di un giovane dalle splendide fattezze; il passo era ampio e arioso, il braccio destro si staccava dal busto e avanzava verso la lancia che reggeva con la destra in un atteggiamento di serena compostezza e consapevolezza.

            



Quella statua aveva una funzione ben precisa: proteggere il sepolcro della principessa.
Perfetta espressione del proprio compito, la sua immagine di potenza e prestanza fisica coglieva i caratteri del Protettore e li metteva in evidenza, così come gli artigli in una belva o le corna in un toro.
         
           “La tua mano
            insorga tremenda sul sacrilego,
            rovesci sulla sua
            testa rovine e disgrazie…”  continuava a salmodiare il Sem, traendo da una scatola sigillata un sacchetto di lino e mettendolo tra le dita della mano sinistra:  
               "A te che  hai nella mano
             il tocco della Morte Incognita
              è affidata l’eterna vigilanza…”
Seguì una pausa; il rito volgeva ormai alla conclusione e lo sguardo del  Sem sfiorò un’ultima volta il sarcofago della principessa, quel piccolo Universo, Cielo e Terra, che conteneva il suo corpo.
Il luccichio delle cornee nei suoi occhi, unica cosa di sé che mostrava sotto la maschera rituale, pareva un riflesso delle lucerne in mano ai due Sacerdoti funerari che officiavano con lui:  in quel posto, che testimoniava la presenza di potenze ignote, il mondo dei vivi sembrava lontano e irraggiungibile e la fatale consapevolezza  inquietava lo spirito.  
Tornò al simulacro del Guardiano
          “ A te il compito di proteggere
           l’Amata di Ammon, la principessa Nefer.
           Custodisci la sua dimora.”
concluse fissandolo negli occhi di quarzite grigia: avevano gli stessi occhi,  lui e quel simulacro  ed al’interno vi guizzava a stessa fiamma… Un ultimo sguardo poi il Semsi girò, gli diede le spalle e lasciò la cripta.


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