mercoledì 4 marzo 2015

IL PRINCIPE XANTO di TROIA

  

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Nefer si girò per tornare al suo scanno. Fatti pochi passi, però, andò a scontrarsi con qualcuno che veniva in senso opposto.  Pareva avere Seth alle calcagna e dovette sorreggerla per impedirle di cadere.
La ragazza sollevò gli occhi e il cuore le balzò nel petto nell’incontrare uno sguardo, azzurro come il cielo che le stava sulla testa, profondo come le acque del Nilo e ardente come i raggi di Horo.

Era un giovane sui venti anni, prestante ed atletico, capelli biondi. Gli occhi, di colore indefinibile, chiari e brillanti, la guardavano in modo così intenso che a Nefer parve deliziosamente sconveniente e il suo volto avvampò sotto quello sguardo.
Indossava la veste delle Guardie Reali e la sovrastava con l’imponente statura.
“Perdonami, bella fanciulla…” cominciò lui, ma Nefer lo interruppe:
”Tu… tu sei il principe Xanto di Troia.” esclamò; l’altro aggrottò la fronte senza rispondere.




Quel giovane era proprio il figlio di Priamo, ultimo della numerosa prole del Re di Troia e forse il più avvenente. La sua storia era uguale a quella di tutti gli altri principi troiani scampati all’eccidio e destinati alla schiavitù. Menelao, re di Sparta e capo dell’armata achea, caduta la città, lo aveva fatto prigioniero e condotto schiavo con sé.  Durante il ritorno in patria, però, la dea Atena aveva ostacolato la traversata del capo dei guerrieri achei perché adirata e contro il greco Aiace d’Oileo, che aveva usato violenza a Cassandra, principessa di Troia e sua Sacerdotessa.
L’ira della Dea dell’Ulivo aveva colpito quasi tutti i guerrieri Achei perché non avevano punito quel sacrilegio. Aveva fatto vagare e poi disperdere la flotta attraverso i mari: delle cinquanta navi di Menelao si erano salvate dal naufragio solamente cinque, più quella di un suo guerriero, a bordo della quale si trovava il principe Xanto.
“Perché indossi la divisa delle Guardie del Faraone? – domandò la principessa; il ragazzo continuava a guardarla in silenzio – Sei fuggito? I soldati del Faraone ti stanno cercando, lo sai? Non temere, però. Io non ti tradirò.” lo rassicurò.
Fatto prigioniero, dopo la morte del fratello, il grande Ettore, il ragazzo aveva più volte tentato la fuga e quello era solo l’ultimo tentativo di sottrarsi alla prigionia ed alla schiavitù.
“Tu non sei come i soldati del Faraone. – proruppe con amarezza il principe fuggiasco – Si sono posti sulle tracce di Xanto come un branco di cani rabbiosi che corrono dietro l’antilope per il piacere del padrone.”
“Il Faraone  d’Egitto – replicò Nefer – non  ama dare la caccia ai fuggiaschi, siano pure essi figli di Re. Il Faraone è valente cacciatore di tori, leoni ed elefanti e non di uomini!”
“Tu stessa – replicò a sua volta il ragazzo – hai detto che l’esercito intero è sulle tracce di Xanto… neppure per mio fratello Ettore, il più valoroso guerriero della terra, si è mai mobilitato un esercito intero
“Non è consuetudine del Faraone, mio padre, cacciare uomini, ho detto e…”
“Per il Sacro Tridente di Poseidone! – proruppe nuovamente l’altro – Tu sei la figlia del Faraone? Oh, me meschino! Ora mi farai…”
“Ti ho detto di non temere alcun danno da parte mia. – lo rassicurò nuovamente lei – Io conosco ciò che è accaduto alla tua città… Troia! So con quale ingannevole azione è stata costretta alla resa e so della triste fine del suo Re Priamo e dei suoi figli… L’ho sentita tante volte per bocca dei cantori che giungono qui, a corte. Ho sentito cantare le gesta di principi guerrieri come Odisseo, Achille e anche Ettore ed Enea… Ho  udito del dono della veggenza che Cassandra, principessa di Troia, ebbe da un Dio di nome Apollo e dell’infallibilità dei responsi del suo gemello, il principe Eleno, che…”
“E’ proprio nella terra dell’Epiro, - la interruppe per la seconda volta il principe Xanto – che voglio arrivare… col favore degli Dei.  Mio fratello Eleno, che mi dicono sia giunto sano e salvo in quella terra, sarà felice di ospitarmi… Spero. E lo sarà anche Andromaca che egli ha sposato dopo la morte di nostro fratello Ettore, avvenuta non per mano di Achille… ma… ma grazie solo all’aiuto dei suoi Dei. – il principe troiano ebbe una pausa: la sua voce era carica di dolore e di rancore. Si schiarì la gola, tirò su col naso, poi continuò – Ricordo che Andromaca era gentile con me quando ero bambino e giocavo con suo figlio Astianatte.”
“Io ti aiuterò a fuggire.” disse d’un fiato la principessa di Tebe.
“Perché lo fai?” domandò lui; Nefer scosse la testa e continuò:
“Quando re Menelao giunse qui, salvò una delle figlie del Faraone dalla furia di un toro inferocito e il Faraone gli deve riconoscenza… Sono io quella principessa e chiederò al capo delle Guardie Reali di porti sotto la sua protezione.”
“Il principe Thutmosis?”
“Tu non dovrai più temere per la tua libertà. – assentì col capo la ragazza – Sarà il principe Thutmosis a mettere in atto questi propositi… dopo che gliene avrò parlato, naturalmente.- aggiunse con un sorriso che le illuminò il bel volto - Adesso vai. Nasconditi da qualche parte. Domani ti presenterò al capo della Guardia Reale. Aspettami davanti al Pilone di Ammon-Ra… Sai dove si trova il Pilo… ”
“Ti aspetterò lì! – la interruppe il principe fuggiasco, poi - Non sei solo bella, principessa, ma anche gentile e generosa. – sorrise e prima di allontanarsi aggiunse – Non conosco il tuo nome.”
“Nefer… Sono la principessa Nefer di Tebe.”
“A domani, dolce fiore d’Egitto. – salutò il ragazzo – A domani, principessa Nefer, bella e splendente più dell’Aurora.”
Rimasta da sola e con le guance diventate porpora, Nefer riassaporò quelle parole e il cuore cominciò a batterle precipitosamente.




“Mi trova bella.” pensò sottovoce, cercando la propria immagine riflessa nello specchietto della danzatrice. Cercò anche un altro volto, nel fondo dello specchietto: quello dell’altra se stessa, ma Isabella non c’era più.
(continua)
brano tratto da   OSORKON - Il Sigillo del Faraone
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LA DANZA degli SPECCHI





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Al limitare di una folta giuncaia, un gruppo di cicogne si levò in volo oscurando il sole, prima di disporsi in una lunga fila; seduta sul suo scanno di canne, Nefer le seguì con lo sguardo fino a quando, accecata da Horo, non li vide scomparire oltre il canneto da cui proveniva uno schiamazzare di anitre.
Ad una delle ragazze che stavano esibendosi nella Danza degli Specchi, sul piazzale antistante la cabina ove erano il Faraone e i suoi ospiti, la principessa chiese lo specchietto che quella reggeva in mano.             
La Danza degli Specchi era una delle più aggraziate rappresentazioni musicali ed era eseguita da ragazze molto  giovani ed elegantemente abbigliate.

Nefer sorrise al proprio volto riflesso nello specchio; sorrise agli occhi sfavillanti che la guardavano ed in cui erano racchiusi sogni e fantasie. La mano le tremava, però, e il manico dello specchietto 
tremava con essa: lo sguardo, dal fondo di quella superficie d’argento tirata a lucido, aveva catturato il suo e lo tratteneva.
La principessa capì di avere di fronte l’altra se stessa e la chiamò:
“Nefer?… Ti chiami Nefer anche tu?… No!… Tu non ti chiami Nefer. Il  tuo nome…. oh, adesso ricordo… il tuo nome è IsaIsabella. Sì! Il tuo nome, nei miei sogni, è Isabella… Tu sei il Ka di Nefer.. Sei il suo Spirito e il tuo nome è Isabella… - un attimo di attonito, meraviglioso stupore, poi riprese - Parla con Nefer, Isabella… Parla… parla, ti prego…”
Dall’ altra parte, Isabella sorrideva!

La principessa Nefer era conscia che la sua voce non poteva raggiungerla. La sentiva dentro di sé, l’ altra se-stessa, parte di sé: nello sguardo, nel cervello, nel sangue, ma intuiva l’enorme distanza che le separava l’una dall’altra.
“Isabella…” chiamò ancora, consapevole che quello non era soltanto un sogno, frutto della sua fantasia, ma una concessione degli Dei, una virtù divina che le permetteva di vedere l’immagine del suo Ka, prima della partenza per la Duat, l’Oltretomba.   
“Isabella…” la chiamò per la terza volta.
Non ottenne risposta e pian piano, al lento movimento della grande barca, le palpebre le si appesantirono. Chiuse gli occhi e si lasciò scivolare in un dolce dormiveglia fino a quando una voce non la chiamò:
“Nefer… Nefer, figlia mia”
Aprì gli occhi: un volto dolcissimo ed amato aveva preso forma in mezzo alle nebbie del sonno.
“Madre… madre mia…” bisbigliò.
“Attenta, figlia! Attenta, Vita della mia Vita! La lunga mano del figlio di Teshnut si tende… si tende per allontanarti dalla tua ombra…”

Uno scarto della grossa barca la scosse e la svegliò.
(continua)
brano tratto dal libro   "OSORKON - Il Sigillo del Faraone"

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martedì 3 marzo 2015

Il richiamo alla VITA del simulacro di legno



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S’interruppe nuovamente e sollevò il capo, come folgorata da un improvviso pensiero.
“E’ così che il chery-webb, Sacerdote Lettore, - pensò a voce alta – avrà recitato queste formule davanti alla tomba della principessa Nefer il giorno del funerale?… E’ questa l’intonazione giusta? Solo se pronunciate con la giusta voce, le formule avrebbero difeso il defunto dalla disgregazione e dall’attacco di entità nemiche… Solo una vibrazione corretta della voce avrebbe procurato un giusto impiego della formula… Osor! – il volto della ragazza si distese in un sorriso dolcissimo – Ci saranno state formule per richiamare anche lui? Osor è il Guardiano a difesa della tomba di Nefer… Lei… lei poteva chiamarlo alla vita con delle formule magiche?… E se davvero ci fosse, tra queste, la formula per richiamare Osor alla vita?”
Febbrilmente si pose alla ricerca di un indizio, una parola, una frase indicativa e infine si fermò davanti ad un titolo:
Formula per uscire dalla rete.”
Si trattava di un testo quasi incomprensibile, estremamente corrotto e con parole sconnesse. Lo stesso, la ragazza cominciò a recitare:
“Io sorgo nell’ora di vivere
 con le interiora degli Dei
 Io conosco il ramo
 che gli appartiene: è il dito di Sokar
 Conosco il palo: è la gamba di Nemu.
 Conosco la punta: è la mano di Isis…”
Isabella ebbe un gran sospiro.
“Uhhhhhh!… chissà cosa vorranno dire  queste parole… Chissà se avranno un senso… un significato. Mah! Domani… continuerò a leggere domani. Ho proprio sonno e mi si chiudono gli occhi.”


Con uno sbadiglio raccolse i fogli e si preparò per la notte. Indossò un leggero pigiama e si infilò tra le lenzuola; un ritornello, però, continuava a martellarle nella mente e sulle labbra:
“… io sorgo nell’ora di vivere
  insorgo nell’ora di vivere
  con le interiora degli Dei…”
Chiuse gli occhi, ma continuò a bisbigliare:
  “Io sorgo nell’ora di vivere… io sorgo…”

Simili ad anelli di fumo di incenso, le magiche parole parevano materializzarsi, appena lasciate le labbra della ragazza; parevano alzarsi e restare in sospensione nell’aria, per poi dilatarsi… più… sempre più… come una nuvola invisibile.
  “Io sorgo… io sorgo nell’ora di vivere…”
Parvero allungarsi, infine ed allargarsi; muoversi come onde magnetiche, come energia misteriosa ed inarrestabile… Tutta la stanza ne fu satura e… ancora di più: l’essenza lasciò la stanza e fluì  oltre la finestra aperta sulla città.
Ogni terrazzo, ogni vetta, ogni  pinnacolo ne fu lambito; palazzi, moschee, musei ne furono investiti… arrivò al Museo delle Antichità.
Qui, penetrò l’oscurità delle sale, raggiunse e sfiorò statue e mummie, naos e sarcofagi, ed infine avvolse la statua del Guardiano della tomba della principessa Nefer.

              “Io sorgo nell’ora di vivere…"

Gli occhi di Osor, il simulacro di legno, di colpo si spalancarono. Nel suo sguardo di pasta vitrea comparve un lampo: di vita e consapevolezza di esistere.




Il legno che imprigionava la forza vitale era sempre intorno a lui, come uno scudo protettivo ed incorruttibile, ma la giusta voce  era tornata ad attraversarlo per richiamarlo alla vita e lui, magica creatura, era pronto a rispondere al comando contenuto nella formula del  Risveglio alla Vita.
“Mia dolce signora, Divina Nefer, sei tu che mi chiami?”
Le sue labbra si mossero, ma le parole rimasero ancora dentro di lui, prigioniere del legno.
Non ebbe alcuna risposta, ma il comando si ripeté, perentorio ed imperioso, dentro di lui. Gli ordinava di “sorgere alla vita” e di “vivere” e di liberarsi del legno che lo tratteneva.
“Io sorgo nell’ora di vivere.”
Il petto gli si allargò in un profondo respiro cui seguirono echi prolungate di scricchiolii di legno,  poi la voce lasciò la materia inerte e uscì fuori:

          “Io sorgo nell’ora di vivere…”

Seguì un secondo, prolungato respiro: l’incantesimo che lo teneva prigioniero nel legno s’era rotto, infine.
“Io vivo, mia dolce signora… io vengo… io vengo…” disse, con quella sua voce gutturale e cavernosa che pareva provenire da profondità arcane e abissali.
La materia inerte e dura si ammorbidì; ogni atomo, ogni molecola del legno vibrò di vita.
La prodigiosa creatura si erse su tutta la persona, si sgranchì  le membra e distese i muscoli ancora appesantiti e tesi: quella magica aureola luminosa che guizzava intorno alla sua figura, come lingue di fuoco, andò lentamente impallidendo. Le proporzioni del fisico erano straordinarie e l’aspetto terribile: alto quasi due metri, erano due metri di potenti muscoli armoniosamente distribuiti e guizzanti sotto una pelle bruno dorata.
Pareva un Titano.
I fianchi erano stretti in un gonnellino di pelle e un cordino della stessa pelle gli tratteneva la folta, scura capigliatura; il volto era di una bellezza straordinaria.
Si chinò sul sarcofago della principessa Nefer.
“Mi hai chiamato, mia signora?”
Ma il richiamo non veniva da quella bara ed egli si voltò e le dette le spalle.
“Vengo… vengo, mia signora.” ripeté ed a lunghi passi attraversò la galleria immersa nel buio e si diresse verso l’uscita.
(continua)

brano tratto da  OSORKON - Il Guardiano della Soglia

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Un anno dopo


CAPITOLO   I  -   Un anno dopo

 





Il  volo 780 delle ore ventiquattro proveniente da Roma arrivò all’aeroporto de Il Cairo con due ore di ritardo.
Isabella ebbe un sospiro: il vento caldo trovato ad accoglierla appena messo piede sulla scaletta dell’aereo, avrebbe sicuramente aumentato il suo mal di testa; per di più, trovare un taxi a quell’ora della notte non sarebbe stato facile. Contrariamente ad ogni previsione, tutte le sale d’aspetto dello scalo erano affollate e file di taxi sostavano nei parcheggi: l’Egitto è pur sempre il Paese dal fascino immutato nel tempo, capace di catturare la fantasia del turista con i suoi misteri.
La ragazza avanzò in mezzo ad una marea di gente: turisti incerti ed un po’ assonnati che operatori di viaggio cercavano di raggruppare sotto questo o quel cartello con il nome di questa o quella compagnia di viaggio, per poi inquadrarli come reclute e guidarli verso l’uscita.
Più di qualcuno si voltò a guardare quella bella ragazza sottile e non troppo alta, dalla casacca color amaranto, con le braccia cariche di pacchi e pacchetti.
La folta frangia dei lunghi capelli  spioventi sulle spalle nascondeva una fronte spaziosa e ben modellata; lo sguardo sapientemente sottolineato da una lunga linea scura di kajal, la bocca carnosa e colorata come un fiore di melograno, la facevano fortemente assomigliare ad una di quelle principesse egizie raffigurate su pitture parietali e cofanetti.
“Isabella… Isabella…” qualcuno la chiamò.  Lei si voltò.
“Alì!” gridò in tono festante.
“Bentornata, principessa!”

Un ragazzo la raggiunse alle spalle, l’abbracciò e la sollevò con tutti i pacchi, facendole fare una doppia piroetta prima di rimetterla a terra e liberarla dei pesi.
Era un bel ragazzo, alto e longilineo, braccia e spalle atletiche, come di chi è abituato ad esercizio fisico. Sovrastava la ragazza di quasi due palmi ed aveva nei suoi confronti atteggiamenti protettivi ed affettuosi. Era egiziano, ma vestiva all’europea, con jeans e maglietta.  I lineamenti  energici del volto, gli occhi di un nero ebano, la pelle di bronzo e i capelli ricci e ribelli gli davano quell’aria un po’ selvaggia di aitante e spensierata giovinezza. Poteva avere ventuno o ventidue anni.
“Come sono felice di vederti!”
“Anch’io, Alì! Anch’io. - la ragazza arretrò di un passo - Sapessi come è stato lungo questo anno. Non vedevo l’ora di riabbracciarci… Oh! ma sei diventato ancora più alto o… o sono io che mi sbaglio?”
“Non ti sbagli! E tu… – sorrise lui, avvolgendola in uno sguardo che era una carezza tenera e affettuosa – Tu sei diventata ancora più bella.
Isabella arrossì e sorrise compiaciuta; lui proseguì:
“Ho tante cosa da dirti che non potevo farti  sapere per lettera.”
“Capisco… ma dimmi, quando hai lasciato Torino?”
“Ho preso il primo aereo per tornare a casa appena chiuso l’Anno Accademico. Quasi una settimana fa.”
“Alessandro mi ha detto che sei stato una delle più brillanti matricole del Politecnico.”
“Oh! – si schermì il ragazzo, poi – Vieni. Ti porto in albergo. Ho la jeep di tuo fratello qui fuori.”
“Alessandro mi ha detto che forse hai battuto il tuo naso impiccione in qualcosa di davvero grosso.”
“Contrabbando di Antichità! Sia lode all’Unico! Forse ho scoperto una traccia che conduce al più grosso traffico clandestino di antichità degli ultimi tempi.” spiegò il ragazzo arricciando il naso e fischiettando un motivetto in voga; una vivacità irresistibile gli brillava nello sguardo.

Lasciato il terminal dei bagagli, i due ragazzi raggiunsero la jeep parcheggiata nel vicino piazzale; salirono a bordo e Alì avviò il motore.
La vettura scattò in avanti con un rombo.
“Oh, finalmente! – Isabella si abbandonò sul sedile – Questa giornata pareva non avere più fine.”
“Sei stanca? Hai fatto buon viaggio?” si girò a guardarla il ragazzo.
“Sono in piedi dalle sei di questa mattina, il treno è arrivato a Roma con quasi un’ora di ritardo, lo sciopero del personale a terra ha fatto slittare il mio volo di più di due ore e… etchi!…” starnutì, rise e starnutì ancora.
“Tabacco forte?” scherzò il ragazzo.
“Faceva freddo a bordo, - spiegò lei – nonostante che la hostess mi abbia gentilmente messo due copertine intorno alle gambe… e non è tutto: interferenze atmosferiche hanno reso movimentato il viaggio ed un fulmine ha quasi sfiorato l’aereo. I pasti a bordo, poi, erano piuttosto stracotti, ma… a parte tutto questo… ho fatto un buon viaggio. – sorrise, fece una piccola pausa e riprese – Però adesso sono qui e non vedo l’ora che giunga domani… Manco da un anno e non vedo l’ora di rituffarmi in un mondo pieno di magia e splendori.”
“… e di rivedere la statua del nostro amico Osor, tornata al suo posto.” concluse per lei il ragazzo.

 (continua)

brano tratto dal libro   "OSORKON - Il Sigillo del Faraone"  secondo v

OSORKON


OSORKON  saga storico-fantasy 




"OSORKON - Il Guardiano della Soglia"
  
Brevi cenni del primo volume.

Antico Egitto  -   Epoca XIX  Dinastia

Nefer, ultimogenita del faraone Meremptha e Isabella, sorella dell’archeologo Alessandro Scanu, comunicano telepaticamente attraverso una prodigiosa creatura, frutto delle avanzate conscenze degli antichi sacerdoti egizi: il Guardiano della Soglia, posto a protezione della tomba della principessa morta a soli sedici anni
Le due ragazze, che oltre al nome hanno in comune anche il carattere e l’aspetto fisico, si scambiano notizie, curiosità, fatti ed  aneddoti riguardanti l’epoca in cui vivono; in tal modo, Isabella viene a conoscenza di alcuni dei  “misteri” che circondano  lo straordinario popolo egizio.


Si muovono in uno scenario del passato incantevole e suggestivo, numerosi personaggi: Osorkon, misterioso sacerdote di Bes, Sekenze, principe della necropoli, Thotmosis, fratello amatissimo di Nefer, Akheren, studente di Ptha, Enen, malvagio figlio del Gran Visir e altri ancora… Antiche avventure che si intrecciano con moderne avventure: l’archeologo Alessandro e la scoperta della tomba della principessa, Mister Smith e il traffico di reperti archeologici, Abdel il Rosso e la banda di tombaroli, il giovane Alì, studente di Architettura con la passione per  l’archeologia… Storia e fantasy in un suggestivo viaggio tra il reale e il meraviglioso, il presente e il passato lungo le rive del Nilo e le dune del deserto.  

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